Vittorio Bachelet

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Vittorio Bachelet fu ucciso il 12 febbraio 1980 all’Università «La Sapienza» di Roma, dove insegnava. Due giovani terroristi delle Brigate rosse lo avevano atteso al termine di una sua lezione. Per loro Bachelet rappresentava il potere: come vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), carica che ricopriva dal 1976, egli era simbolo dello Stato. Non era così: tutto il suo impegno nelle istituzioni si mosse guardando al bene di tutti. E la sua esistenza racconta cosa significhi un servizio agli altri come accettazione di una responsabilità personale. Si tratta di scelte maturate nel tempo; a partire dagli anni giovanili, quando Bachelet crebbe nelle organizzazioni cattoliche (la Fuci prima, il Movimento laureati poi), laureandosi nel 1947 ed avviando il suo cammino in Università; il suo primo incarico come docente fu nel 1957. Le sue opere nel campo della giurisprudenza portano la cifra dell’impegno per la definizione di una vera città dell’uomo, ancorando complesse forme del vivere civile ai valori della nuova Costituzione. Negli anni Cinquanta egli cominciò a tendere una rete di legami e contribuì allo sviluppo di luoghi (circoli, associazioni, riviste) dove fosse possibile l’incontro, dove si progettasse senza contrapporsi, senza cercare un nemico a tutti i costi.

Fu un identico rispetto per le voci della storia che lo portò, negli anni ‘70, ad accogliere l’invito di chi gli chiese un impegno diretto nella vicenda politica (per breve tempo divenne consigliere democristiano al Comune di Roma), impegno che si trasformò poi nell’ultimo servizio, quello al Csm.

Ma qual è stata la solida radice di questo modo di servire e di vivere? Essa è data dalla profondità del suo rapporto con Dio, dalla fede serena e semplice di chi ha accolto seriamente il messaggio di sorprendente prossimità all’uomo incarnato da Gesù.

Sin dalla adolescenza possiamo riconoscere in Bachelet i percorsi di radicamento della sua scelta di fede, una fede mai sentita come privilegio o come bandiera di una parte, ma prima e sopra tutto come appello ad orientare l’intera vita nel dono totale di sé. A questa vocazione egli è stato sempre coerente, anche nei passi della vita quotidiana, nell’attenzione alle persone che ha incontrato, nello stile con cui ha costruito la propria famiglia (si sposerà nel 1951, ed avrà due figli).

La sua fu una fede innervata dalla narrazione della speranza cristiana. Egli sapeva che non si può fuggire dal proprio tempo, non serve idealizzare il passato, perché è qui, è adesso che il Signore ti chiede di voler bene, di costruire il bene. Questa fede incontrò l’evento del Concilio Vaticano II. E del Concilio, della sua non facile attuazione nella Chiesa italiana, Bachelet divenne intelligente protagonista. Negli anni in cui fu presidente dell’Azione cattolica italiana (1964-1973), egli seppe dar corpo all’esperienza di una Chiesa finalmente decisa ad abbattere gli steccati che la separavano dalla realtà circostante, una Chiesa desiderosa di servire l’uomo, tutto l’uomo. Con Bachelet l’Ac, divenne principalmente spazio di formazione di coscienze libere, capaci di dire di sì al Signore amando il proprio tempo, e non avendone paura. Un tale percorso fu raccolto sotto il termine di scelta religiosa, una scelta che da Bachelet ebbe origine e forza. Ma questo suo percorso di impegno nelle strutture della Chiesa non fu che una modalità della decisione di camminare, da credente, nella storia.

E la conformazione alla vocazione ricevuta fu chiara e drammaticamente espressa proprio con la sua morte, e dalla sua morte in poi, quando egli divenne per tutti – per le coscienze dei terroristi, per una nazione attonita e commossa di fronte alle parole di perdono pronunciate dal figlio ai suoi funerali – segno comprensibile della riconciliazione cristiana. Divenne luce, proprio quando tutto sembrava precipitare nel buio.

«La realtà umana in cui siamo chiamati a vivere e ad operare è una realtà straordinariamente ricca; ma, come in tutte le fasi di passaggio, si presenta come radicalmente ambigua, aperta ad ogni speranza ed insieme ad ogni timore. Noi sentiamo oscuramente di essere impari al compito che è nostro in questa svolta della storia umana che conclude una fase della sua civiltà aprendone una nuova, ancora neppure abbozzata, ma del cui parto l’umanità già soffre il travaglio. Eppure a noi, a queste nostre generazioni, è affidato il compito di trasformare le possibilità in realtà, di allontanare i pericoli, di trasformare l’incerto destino in destino di speranza. Sappiamo ormai che lo sviluppo tecnico e quello economico, culturale, sociale non bastano a garantire questa speranza: essi sono necessari per gli uomini, e via via che si realizzano rendono più evidenti le ingiustizie, più assurde le guerre, più incomprensibili le ragioni di pura forza, più urgenti le profonde trasformazioni che consentano a tutti gli uomini di tutte le razze, di tutte le condizioni, di tutte le classi, di tutti i continenti, di vivere una vita umana e di essere corresponsabili del proprio destino [...]. Ma c’è anche qualche cosa di più profondo di cui gli uomini di oggi hanno bisogno: qualche cosa che capovolga la logica spietata che porta a distruggere la vita nei conflitti di interesse e di odio, a considerare normale, – come già si sente dire – l’uccisione degli irreparabilmente malati e dei vecchi che siano di peso per le famiglie e per la società, a torturare di nuovo gli uomini in pieno secolo ventesimo: la logica terribile del paganesimo razzista del nazismo che si ripropone nel paganesimo edonista della società dei consumi. Certo, il cristiano deve ogni giorno faticare e donarsi perché ad ogni problema umano sia data soluzione e gli uomini siano via via liberati da ogni ingiustizia e da ogni oppressione: mancherebbe di coerenza se non lo facesse. Ma il cristiano ha anche e soprattutto una forza, un compito, di cui la Chiesa è portatrice attraverso le generazioni. E contrariamente a quanto molti sembrano credere, anche gli uomini di questa città secolarizzata hanno nel loro spirito una voce che chiama Abba, Padre, ed oscuramente intendono che senza quella Paternità non vi è neppure speranza quaggiù. Perché “per quanto possa sembrare paradossale, la via più breve tra l’uomo e l’uomo passa attraverso Iddio”: lo diceva – l’ho ricordato altra volta – in un momento drammatico della storia della Chiesa tedesca perseguitata dal nazismo, il card. Faulhaber».

(V. Bachelet, La nostra scelta fondamentale, in Id. Scritti ecclesiali, Editrice AVE, Roma 2005, pp. 740-743)