Piero Pini

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In quell’assolata giornata di giugno 1992, in una chiesa piena di tanti amici, preti e laici, il vicario generale di Livorno, mons. Tintori, chiuse così la sua omelia esequiale: “Piero ha seguito il cammino delle Beatitudini evangeliche con bagliori di santità”.

Piero Pini era nato a Livorno nel 1923, da Maria ed Alessandro; cresciuto nella GIAC parrocchiale, si diplomò all’ITI  e fu subito assunto dalla SPICA, l’industria livornese di componenti auto. Fu costretto a seguire la fabbrica quando nel ’43, per gli eventi bellici, essa fu trasferita vicino a Milano. Geloso custode della sua fede, non si fece travolgere dalle difficoltà del momento, e colse l’occasione per unirsi ai giovani della GIAC ambrosiana che si incontravano intorno a Giuseppe Lazzati. Fuggito per evitare l’arruolamento nell’esercito fascista repubblichino e tornato rocambolescamente a Livorno, fece parte del movimento clandestino dei Cristiano Sociali e poi della Democrazia Cristiana, che rappresentò nel CLN di Ardenza-Livorno. Per meriti e capacità avrebbe potuto incamminarsi sulle vie della politica, come tanti giovani cattolici fecero allora e come gli era stato proposto, ma scelse di servire la sua chiesa locale e il suo vescovo.

Poco più che ventenne, nell’immediato dopoguerra,  si era girato tutta la diocesi “con una bicicletta di fortuna – a volte la bicicletta portava lui, a volte lui portava la bicicletta – saltando buche di bombe e pasti” (come ricordava don Roberti, suo amico e collaboratore in AC), inviato dal vescovo Piccioni a riorganizzare in tutte le parrocchie la Gioventù Italiana di Azione Cattolica, di cui fu presidente diocesano fino al ’54, sempre con l’atteggiamento di uno che fa cose grandi quasi di nascosto, umile e tranquillo, ma tenace e risoluto. Quello stesso stile con il quale avrebbe obbedito, negli anni 70, alla richiesta del vescovo Ablondi di guidare l’Azione Cattolica diocesana nel non facile cammino del rinnovamento post-conciliare. Fu Presidente diocesano dal  1974 al 1980.

Si era sposato nel 1954 con Miretta, con la quale crebbe i tre figli Roberto, Lucia e Chiara. Amava la montagna; e forte dei trascorsi giovanili nel CAI, cercava di infonderne la passione nei poco recettivi familiari. Svolse tutta la sua attività lavorativa nella fabbrica che lo aveva assunto giovanissimo, attraversando con animo mite i periodi roventi delle grandi lotte sindacali. Ricorda Roberto che padre Martino, un prete-operaio di quella fabbrica, ebbe a dirgli: “Il tuo babbo era un caporeparto, ma era un uomo giusto, un cristiano vero”.

Piero credeva nel valore della parrocchia come luogo forte della pastorale e come prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale. Lo ritroviamo, nelle parole del suo parroco don Mai, “consapevole della sua vocazione laicale, animatore del gruppo adulti, guida nella liturgia, tra i primi a promuovere gli incontri delle famiglie, coinvolgendo tutti con serenità e semplicità”. Pienamente convinto della corresponsabilità dei laici, promosse attivamente la costituzione dei primi Consigli pastorali in parrocchia e in diocesi.

Poi vennero i giorni della malattia. Lui che non si era mai preso nemmeno un raffreddore, si ritrovò progressivamente e inesorabilmente inchiodato ad un letto, trafitto da sondini gastrici e tubi per la respirazione. Nei due anni di sclerosi laterale amiotrofica, cercò sempre di capire, valutare le possibilità, il decorso, senza lasciare nulla di intentato e senza cedere allo sconforto. Non ha mai rinunciato a vivere, anche quando era difficile, quando il respiro non c’era e la paura era tanta; anche quando mangiare era un problema e si doveva provvedere con flebo e sondini; anche quando le forze non c’erano più e si doveva ricorrere ad altri per qualsiasi gesto. Scrisse di Piero l’amico fraterno Mario Razzauti, storico dirigente dell’AC: “Quel suo sorriso, con il quale ci accoglieva, faceva trasparire la grande gioia della propria anima, che aveva accettato totalmente la volontà di Dio secondo l’espressione di Gesù nel Getsemani, formula che nei passati decenni andavamo ripetendo nei nostri incontri di preghiera: Pater, non mea voluntas, sed tua fiat. E il Padre, in quei due anni di sofferenza lo ha purificato come l’oro nel crogiuolo ed oggi lo presenta alla comunità della Chiesa livornese come il modello di un cristiano, che dopo aver servito nella vita la Chiesa nella persona dei propri Pastori, tutto donando senza nulla chiedere, ha saputo offrire tutte le sue sofferenze al Signore. Quando lo osservavo costretto nella poltrona ortopedica mi sembrava un sacerdote, di quel sacerdozio derivante dal Battesimo, che con la sua serenità offriva al Padre il proprio sacrificio quotidiano”. L’ultima sua testimonianza è stata questa: vivere pienamente la propria vita sempre, nei piccoli e grandi avvenimenti, con serenità, nella certezza di fare così la volontà del Signore.

“Babbo, insieme a mamma, ci ha indicato come condurre una vita semplice – è la testimonianza dei figli - valorizzando ogni esperienza, e nel quotidiano scegliere l’altro sempre, facendosi carico dei suoi problemi, senza gesti clamorosi, ma con lo stile e il livello di vita, l’impegno professionale e il servizio ecclesiale”.