Paolo Giuntella

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C'erano sempre un letto e un piatto dai Giuntella per chi veniva, da vicino o da lontano, anche quando Osea, Tommaso e Irene erano piccoli e Laura non sapeva più da che parte voltarsi. Così abbiamo visto con loro i bambini crescere, andare all'asilo, a scuola, all'università. E quella casa era sempre aperta.  E poi tutti alla messa africana, la domenica, nella chiesa di piazza di Pasquino, con i canti e i ritmi degli immigrati congolesi che la fanno durare almeno due ore. Forse la messa romana più lunga. Lezione di festosa spiritualità dagli immigrati che Paolo voleva condividere con tutti gli amici. Perché la messa deve essere un festoso banchetto, e non una noia mortale, con prediche tristi, facce tristi, musiche tristi. E poi gli scorrazzamenti in vespa a scoprire  angoli nuovi di Roma, quelli poco noti ai turisti: una chiesa, un cortile, una bottega, un'insegna, una libreria, un'osteria.

 
Casa Giuntella era un crocevia di amicizie spirituali e politiche. Un laboratorio, anche, talvolta sgangherato e caotico, ma vivo e vero di nuove iniziative e nuovi gruppi. Una scuola quotidiana di vita, di gratuità, di responsabilità, di passione civile ed ecclesiale, di apertura intellettuale. Per qualcuno, che oggi è una firma, anche una scuola di giornalismo. Il telefono squillava in continuazione. L'Azione cattolica, la Fuci, gli Scout, le parrocchie sapevano che Paolo Giuntella era sempre disponibile per una conferenza in una qualsiasi città italiana, o per un articolo, una recensione, un suggerimento, un aiuto. Le conferenze di Paolo lasciavano sempre il segno.
 
A casa Giuntella si riuniva la “Rosa Bianca” alla fine degli anni '70. Niente più che una decina di giovani provenienti da varie regioni che avevano conosciuto Paolo nella Lega Democratica, o tra i fan di Zaccagnini nella stagione delle ultime speranze di rinnovamento della Democrazia cristiana, e che avevano cominciato a incontrarsi a casa sua per pensare e discutere intorno a temi spirituali, teologici, politici sotto il nome del glorioso gruppetto antinazista di giovani tedeschi la cui storia era arrivata a Paolo da suo padre, Vittorio Emanuele, storico, tenente degli alpini, internato in un lager. Con la “Rosa Bianca” si faceva magari un fine settimana a casa Giuntella viaggiando di notte, per discutere del “Corso fondamentale sulla fede” di Karl Rahner, arduo testo teologico da poco uscito. Poi la “Rosa” è cresciuta, sono nate le scuole di formazione politica diventate presto un punto di riferimento nel panorama del cattolicesimo democratico italiano. Ma anche quell'imperscrutabile testo di Rahner, sul quale bisognava disperatamente prepararsi (studiare, approfondire, essere competenti erano tra le regole più importanti del gruppo, che si era dato un “decalogo”), ha misteriosamente contribuito alla nascita della piccola “Rosa Bianca”. Ma si preferivano le lunghe chiacchierate di letteratura, soprattutto intorno a certi autori accomunati dalla fedeltà e dall'anticonformismo: Bloy, Peguy, Bernanos, Dostoevskij, Tolstoj, Böll, Graham Greene, Merton. E poi Gandhi, Mounier, don Milani, Mazzolari, La Pira, Dossetti. E ciascuno faceva conoscere qualche nuovo libro agli altri. La struttura di quelle minuscole  riunioni era comunque rigorosamente dossettiana: la situazione internazionale, la situazione nella chiesa, la situazione politica italiana e, in conclusione, “noi cosa dobbiamo fare?”.    
 
Come pochi, Paolo Giuntella sapeva mettere insieme - cogliendo il “filo rosso” della fede e della speranza cristiana che le legava e che attraverso di esse si trasmetteva di generazione in generazione, in maniera anche inedita e sorprendente - persone, storie, tradizioni, culture diverse e apparentemente inconciliabili. Provava un gusto particolare in questo. Gli piaceva proprio.
 
Ci soffriva, anche. Perché poi il mondo va per la sua strada, con i suoi schemi e le sue parole d'ordine che separano, etichettano, ergono muri, disegnano perimetri, scavano fossati e lanciano squilli di battaglia. Noi di qua, voi di là; questi e quelli. E invece lui si ostinava a tenere insieme la Democrazia cristiana e il '68, i gesuiti e gli illuministi, Gandhi e la teologia della liberazione, il Vaticano e Oscar Romero, la rivoluzione e la nonviolenza, gli Stati Uniti e il pacifismo, Joyce e Giorgio La Pira, gli U2 e Vittorio Bachelet, Balducci e Lazzati, i cori di montagna e quelli dei congolesi (come pure il teroldego  e il presepe napoletano). 
 
E' stato questo il suo carattere dominante. Il tratto che di lui più affascinava e lo rendeva unico.. Un vero segugio della speranza cristiana. Un apologeta moderno, per dirla con Pio Cerocchi che come tale l'ha degnamente ricordato sull'”Osservatore romano. Perché Paolo ha amato visceralmente la Chiesa. Non solo la Chiesa dei testimoni, dei profeti e dei martiri. Non solo la Chiesa degli ultimi, dei piccoli, dei miti. La Chiesa che più gli piaceva e ci piace. Ma “la” Chiesa, tutta la Chiesa, con le sue miserie e le sue infedeltà. La Chiesa da cima a fondo. C'è sempre stata in lui chiara e forte, anche nei momenti di massima ribellione e inquietudine, la consapevolezza di appartenere ad una storia più grande di ciascuno di noi. E la fedeltà ispirava anche l'altro fronte della sua testimonianza “apologetica”: quello del cattolicesimo democratico. I figli e i nipoti del Concilio, di Lazzati, Dossetti, Montini, segnati per sempre dalla decapitazione delle intelligenze migliori, Moro, Bachelet, Ruffilli. Una cultura che non può essere rinchiusa nei confini della Dc o della sinistra Dc, né tanto meno nel recinto più ristretto dei partiti che ne hanno preteso l'eredità (...) Una storia poco raccontata: in libreria e in tv dilagano i cuori neri e i loro omologhi rossi, ma non questi credenti che rappresentano un bel pezzo del Paese, cattolici e anti-integralisti, movimentisti e istituzionali.
 
In fin dei conti tutto il suo impegno di giornalista militante, di scrittore, di conferenziere, di apologeta era teso a questo: tenere viva la testimonianza di coloro che nella vita di ogni giorno, nelle situazioni più disperate e disumane, ma anche in quelle più ordinarie, anche nella politica e nelle istituzioni hanno saputo incarnare il Vangelo della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità. Perché altri, tanti altri (e se possibile noi stessi) facessero altrettanto.
 
(Vincenzo Passerini in “Il Margine”, a. XXVIII, n.10, dicembre 2008)