Odoardo Focherini

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Odoardo Focherini nasce a Carpi il 6 giugno 1907 da una famiglia di origine trentina. Il suo itinerario formativo si compie all’interno della Gioventù di Azione Cattolica, in compagnia di giovani come Zeno Saltini, futuro fondatore di Nomadelfia, con il quale è coinvolto in un ardito esperimento di apostolato: nell’Opera Realina, una realtà di vita comune al servizio dell’associazione, questo gruppo dà vita ad una serie di istituzioni di carattere sociale e educativo attraverso le quali si coinvolgono i giovani più emarginati del tessuto sociale locale. È in questo ambiente che Focherini sperimenta l’attenzione agli ultimi, l’amore concreto e solidale per il prossimo. La Gioventù Cattolica carpigiana, di cui poi assume la presidenza diocesana, lancia «L’Aspirante», un periodico destinato ai più giovani, che diventerà il foglio della stampa nazionale.

Il suo coinvolgimento nell’associazione si fa sempre più pressante: nel 1931 si prodiga in un intenso sforzo per riorganizzare i circoli giovanili cattolici chiusi d’autorità dal regime fascista. Nel 1936, dopo un triennio alla guida dell’Unione Uomini, Focherini diventa presidente dell’Azione Cattolica diocesana. Le testimonianze raccolte riferiscono concordemente che vive una «vita esemplare» ma del tutto «normale».

Convinto sostenitore della stampa come mezzo di diffusione dell’ideale evangelico, inizia la collaborazione con «L’Osservatore Romano» e «L’Avvenire d’Italia» di Bologna. Nell’ambiente del quotidiano bolognese, di cui assume anche l’incarico di segretario amministrativo, matura la scelta che segna definitivamente la sua vita: nel 1942, su sollecitazione del direttore Raimondo Manzini, Odoardo aiuta alcuni ebrei provenienti dalla Polonia. L’intensa opera in favore dei perseguitati assume ritmi frenetici dopo l’armistizio del 1943, con l’avvio anche in Italia della soluzione finale per gli ebrei: «Focherini – ha scritto un testimone – andava a cercarli i suoi protetti, ed essi l’attendevano sulla sua strada, lungo le sue molte strade». Trovato un compagno fidato in don Dante Sala, Odoardo si prodiga per offrire una via di salvezza per la Svizzera a più di cento persone. Come avrebbe riferito un testimone, i «perseguitati ormai erano i suoi persecutori».

L’11 marzo 1944 Odoardo viene arrestato, prima di essere trasferito nei campi di concentramento di Fossoli, di Gries e di Hersbruck. Della sua profonda fede rimane una traccia indelebile nelle oltre 160 lettere fatte uscire clandestinamente. In una di queste, scrive: «Se invece il Signore vorrà ancora mantenerci nella prova o aggravarla benediciamo insieme la Sua volontà in nome di quel credo che abbiamo sempre cercato di professare [...], ma quel Signore che tutto consente non abbandonerà e di questa certezza siamo più che sicuri». La prova dell’internamento sembra rafforzare i legami di amore con la moglie: «in tanti momenti di altra vicinanza non siamo stati uniti come lo siamo ora che la distanza è superatissima dal dolore, dalla pena fino ad annullarsi e farti sentire presente qui con me ogni istante». In una delle lettere più toccanti, scrive: «più di così non si può amare, più di così non si può essere uniti».

L’abbandono fiducioso ai disegni della provvidenza non gli fa rimpiangere la scelta compiuta, riferita a un amico: «Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore».

Il 27 dicembre 1944 Focherini muore, assistito da Teresio Olivelli, con cui ha condiviso le «tappe del calvario». Alla moglie, prima della prova finale, ha confidato: «Fiat voluntas Dei [...] e con immutata certezza che tutto dobbiamo donare con generosità, accettiamo con animo il più sereno possibile la croce, se verrà, più pesante e avanti». In questa preghiera conclusiva – «e avanti» –, c’è la teologia di Odoardo Focherini, il suo discorso su Dio, che gli ha chiesto l’obbedienza più dura.