Luigi Rocchi

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Nasce nel 1932 a Roma, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro, segnato dal morbo di Duchenne (distrofia muscolare progressiva). Nel 1947 a metà anno scolastico, mentre frequenta a Macerata il primo anno delle superiori, è costretto ad abbandonare gli studi, perché non può piú salire le scale. Nel 1951 all’età di diciannove anni finisce a letto e in carrozzella: vi rimarrà per ventotto anni, fino alla morte.
 
I pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto costituirono le sue “ferie” più desiderate. Le ore di  preghiera passate  davanti  alla  “Madonnina”,  gli segnano la vita.  Nelle mani del buon Dio, diventa animatore del gruppo  di Volontari della sofferenza di Tolentino.
Negli anni Settanta la sua cameretta diventa meta di persone semplici, di giovani, di gruppi parrocchiali, di religiosi, di giornalisti e di vescovi tra i quali S.E.Mons. Loris Capovilla e S.E. Mons. Ersilio Tonini.
Il 26 marzo del 1978 muore all’ospedale di Macerata, dopo pochi giorni di ricovero. Ormai il suo corpo era ridotto ad un tronco. Gli ultimi quattro anni batteva i tasti della macchina da scrivere elettrica con un’asticella di legno tenuta con la fronte. Le sue ultime parole: “Vi amo tutti. Vi ringrazio tutti”.
Il 17 ottobre del 1992 a Tolentino è iniziata la sua causa di beatificazione.
Luigi Rocchi testimoniò sempre la sua gioia di vivere affermando più volte: “nato malato, sono felice di essere nato e sono felice di vivere e che i miei genitori mi abbiano messo al mondo e mi aiutino perché io possa vivere in pienezza, per quanto ciò è possibile, rendendo lode al Signore”. Fu fedele ai doveri del suo stato portando con senso di abbandono e di accettazione la sua croce.  Accettò la vita così come si trovava, con eccezionale serenità, paziente nel sopportare la propria malattia, felice di avere quanto era sufficiente per vivere. Ringraziava Dio del grande dono della vita. Era sempre felice di essere al mondo, d’essere cristiano, di essere ammalato giacché la malattia per lui era un dono grande che gli consentiva la libertà della distrazione, dal perdersi in cose da nulla, per avere un colloquio con Dio. Diceva che bisognava pregare per chiedere l’aiuto di Dio, anche nei momenti più difficili. Pregare il Signore per avere la forza di andare avanti. Riconosceva il dolore come un maestro, la volontà di Dio fatta di puro amore e rivolta al nostro bene. L’accettazione della sofferenza era già in lui preghiera.
A lui può applicarsi quello che dice il Vangelo: è la lampada presa, accesa e portata in alto per far vedere le cose. Viveva nel clima d'attesa del Regno di Dio. La fede nella Resurrezione era il fondamento della sua speranza. Parlava spesso della misericordia di Dio, dava sempre la sensazione di avere fiducia piena in Dio. Aveva un grande desiderio di amare e fare del bene. Attingeva dalla preghiera, dalla lettura della Bibbia e dall’Eucaristia la forza per vivere la sua giornata tesa a fare del bene agli altri. Aveva una particolare sensibilità verso chi era in difficoltà morale, spirituale o era nella solitudine. Prudente ed equilibrato in tutto non giudicava gli altri, ed era sempre disponibile e pronto a consolare. Gli amici gli stavano a cuore. Amava leggere e scrivere. Alcuni amici andavano da lui come per un piccolo pellegrinaggio, un’occasione per arricchirsi spiritualmente. Il suo dono era di dare serenità agli altri   Diceva: “La forma migliore di preghiera e di fede è l’amore per i sofferenti”
La sua figura è fuori dall’ordinario: i santi non sono fatti per la gloria ed il vantaggio della Chiesa locale; il santo è uno che la Chiesa presenta come un maestro, come un testimone, come un’opera di Dio.