I martiri di Tibhirine

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Fin dal mese di ottobre del 1993, il Gruppo islamico armato (GIA) inizia le sue azioni belliche contro gli stranieri che risiedono in Algeria. Tre agenti consolari vengono sequestrati e poi rimessi in libertà, con un messaggio angosciante: tutti gli stranieri devono abbandonare il paese nel giro di un mese. Alla scadenza, il GIA assassina quattro stranieri per attestare la serietà dell’avvertimento.

Il numero delle vittime e degli attentati cresce in maniera vertiginosa. E l’onda delle uccisioni non si ferma.

Il 25 novembre dello stesso anno, i vescovi d’Algeria interpretano con una sorprendente lucidità contemplativa il senso profondo di ciò che stanno vivendo. Essi scrivono:

 

Desideriamo realizzare, in Algeria, l’alleanza di Dio con tutti gli uomini, quell’alleanza di cui la Bibbia ci ha fatto scoprire il senso attraverso la storia della salvezza [...] Il popolo, per il quale siamo chiamati a consacrare la nostra vita, si riconosce in un cammino religioso diverso dal nostro, quello dell’islam. L’offerta della nostra vita passa al di là delle barriere che costituiscono le differenze d’identità religiosa. Essa testimonia inoltre un progetto di Dio che riguarda tutta l’umanità e che tende a realizzare la sua comunione tra tutti gli uomini.

 

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, padre Christian de Chergé  e altri sei monaci trappisti vengono rapiti dal monastero di Tibhirine. Saranno ritrovati morti due mesi dopo. La versione ufficiale parla di un sequestro operato dal GIA e concluso con la decapitazione degli ostaggi. I religiosi francesi furono presentati e venerati come nuovi martiri dell’islam Ma i dubbi iniziarono presto a circolare. Solo le insistenze del procuratore generale dell’ordine cistercense Armand Veilleux permisero di scoprire che dentro le bare c’erano solo le loro teste. Poi la rivelazione-bomba: un generale francese in pensione, addetto militare in Algeria all’epoca dei fatti, raccontò ai giudici un’altra verità. I monaci erano stati falciati dai colpi di mitragliatore sparati da un elicottero dell’esercito algerino. Dall’alto erano stati scambiati per jihadisti. Resisi conto dell’errore, i militari allestirono una macabra messa in scena, decapitando i religiosi e facendo sparire i loro corpi, crivellati di proiettili. Quindi attribuirono la responsabilità del massacro al GIA.

I martiri ci invitano a proseguire nell’evangelizzazione e a confessare fino alla fine la nostra fede nell’amore. I monaci di Tibhirine uccisi sono: Christian de Chergé, Luc Dochier, Christophe Lebreton, Bruno Lemarchand, Michel Fleury, Célestin Ringeard, Paul Favre-Miville. Tra loro, spicca il priore della comunità, frère Christian de Chergé, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. È la personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di un generale, ha conosciuto l’Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d’indipendenza. Dopo gli studi presso il seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré Coeur di Montmartre. Ma entra ben presto nel monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l’abbazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di «oranti in mezzo ad altri oranti». Aveva una conoscenza profonda dell’islam e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità.

Nessuno di loro desiderava il martirio. Essi amavano la vita e temevano la morte. Ma avevano coscientemente ed esplicitamente accettato la morte, se questa fosse stata la volontà di Dio. In una lettera circolare all’ordine del 21 novembre 1995 avevano scritto: «La morte brutale – di uno di noi o di tutti insieme – non sarebbe che la conseguenza di aver scelto di vivere nella sequela di Cristo».

Non si tratta di sette testimonianze date individualmente, benché ciascuno di essi avesse una forte personalità. Si tratta della testimonianza di una comunità, profondamente radicata nella società algerina. Fin dagli inizi, questa comunità instaurò delle relazioni di amicizia e di collaborazione con la popolazione locale che, in qualche modo, la adottò. I legami creatisi permisero alla comunità, benché composta totalmente da francesi, di attraversare senza difficoltà eccessive la guerra di Algeria. La natura della testimonianza di questi monaci fu di comunione a vari livelli: con Dio nella preghiera contemplativa; tra fratelli dentro una comunità; di questa comunità con i vicini; di credenti con altri credenti.

Christian, in riferimento alla proibizione divina di uccidere, trae tre conseguenze: la possibilità del martirio, la necessità di pregare per i nemici e la grazia di poter perdonare. Non per niente, «Perdono» (Ar Rahaman) è il primo nome di Dio nella litania dei 99 nomi divini della tradizione musulmana.