Giorgio La Pira

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Giorgio La Pira nasce a Pozzallo (provincia di Ragusa) il 9 gennaio del 1904. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Messina e nel 1926 si trasferisce a Firenze dove si laurea. A Messina frequenta la FUCI; nel 1925 diventa terziario francescano e, dal 1928, fa parte dell’Istituto secolare dei missionari della regalità, fondato da padre Agostino Gemelli nell’ambito dell’Università cattolica, pronunciando i voti di povertà, castità ed ubbidienza.

A 29 anni vince il concorso per la cattedra di Istituzioni di diritto romano. Nel 1939 La Pira prende dimora nel convento domenicano di S. Marco e nello stesso anno fonda la rivista «Principi», nella quale si denunciano i fondamenti della dittatura fascista, che dopo circa due anni ne impedirà la pubblicazione.

Nel 1943 è costretto a lasciare Firenze perché  ricercato e si rifugia prima nel senese, presso la famiglia Mazzei, e poi a Roma, protetto dal Vaticano (mons. Montini). Rientra a Firenze nel 1944 e nel 1946 viene eletto all’Assemblea costituente, dove svolge un ruolo di primo piano.

Nel 1948 è eletto deputato nelle liste della Democrazia cristiana come indipendente e per due anni è sottosegretario al ministero del Lavoro Non si iscriverà mai al partito: «la mia unica tessera – sostiene – è il battesimo». Eletto sindaco di Firenze per tre volte (1951, 1956, 1961) viene estromesso da Palazzo vecchio nel 1965.

Libero dai tanti impegni derivanti dall’incarico di sindaco di una città impegnativa come Firenze, si  dedica ad una intensa attività internazionale, rivolta soprattutto all’Africa,  e si adopera per cercare di raggiungere la pace in Vietnam. Nel 1976 viene eletto, per la terza volta, alla Camera, ma muore l’anno dopo, il 5 novembre 1977, dopo una lunga malattia. Dal 1986 è aperto il processo di beatificazione.

Tanti sono gli insegnamenti di La Pira che non hanno perso attualità, a più di trent’anni dalla sua morte. Ne vogliamo ricordare, in particolare, due. Il primo riguarda l’uomo, cos’è l’uomo e qual è il suo destino: «Il fine ultimo della persona umana consiste in atti interiori di contemplazione e di amore, che uniscono l’uomo a Dio e poiché a tale contemplazione è indispensabile il benessere materiale e la pace sociale, procurare questi beni deve essere il compito principale della società: la persona è un fine e la società un mezzo» (Il valore della persona umana, 1943).

Il lavoro, la casa, la salute, la pensione, la protezione dei più deboli sono dunque gli obbiettivi della politica, perché  senza di essi l’uomo non è in grado di realizzare il suo fine ultimo. E, grazie a La Pira, questi obiettivi li ritroviamo anche nella nostra Costituzione, che obbliga le istituzioni a porsi come obiettivo l’eliminazione delle  disuguaglianze di fatto fra i cittadini (art. 3, secondo comma).

L’altro insegnamento riguarda la guerra. La Pira ammoniva sul fatto che il mondo era entrato in un’epoca nuova, nella quale, a causa delle nuove frontiere scientifiche e spaziali, la guerra non avrebbe avuto più senso. Bisognava cambiare strutturalmente il sistema economico mondiale per metterlo in grado di rispondere alla improrogabile promozione economica, sociale e culturale di tutti i popoli sottosviluppati. E anche questi obiettivi li troviamo nella nostra Costituzione che «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» e consente le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni, promuovendo e favorendo le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo (art. 11).

E vogliamo anche ricordare, in chiusura, che La Pira ha ricoperto incarichi pubblici, ma la sua aspirazione era un’altra: «quella di pregare, di meditare, di studiare, di consolare: insomma essere una lampada viva di interiorità». Gli uomini politici «così presi dall’alba al tramonto dalla preoccupazione e pressione di tante cose urgenti, hanno pure necessità di un dono di calma, di meditazione e di pace: qualcuno deve pure essere portatore di questo dono; a svolgere questa funzione io mi sento davvero chiamato» (La casa comune. Una Costituzione per l’uomo, a cura di U. De Siervo, Cultura editrice, Firenze 1979, pp. 39-40).