Emilio Giaccone

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Nato l’ 8 luglio del 1902 a Vaie (TO), da Silvino e Agostina Girardi, una famiglia di agricoltori. Il padre deteneva la carica di Giudice conciliatore; quando questi fu richiamato alle armi durante la guerra del 1915-18, toccò a lui sostituirlo nei lavori agricoli, poiché maggiore dei due fratelli.  Tornato il padre, nel Maggio del 1919 entra alle Officine Moncenisio di Condove  come falegname e vi lavora fino al maggio del 1921. Il servizio militare lo svolse a Susa nel corpo degli Alpini  e venne congedato col grado di sergente maggiore. Dopo il congedo, riprende l’attività di falegname, nella casa natale; alcune famiglie conservano ancora mobili di sua fabbricazione.
 
Abbinata a questi eventi di vita tradizionale, si svolge l’attività di credente. Così troviamo un suo verbale del 1922 con cui indice un convegno di tutti i circoli di A.C. giovanile della Bassa Valle di Susa e stilato in occasione dell’inaugurazione della bandiera bianca del Circolo Cattolico Pierino Del Piano di Vayes, di cui è presidente e, secondo la tradizione orale, anche fondatore. Dal documento si deduce, che fa già parte del direttivo dell’A.C. diocesana e che il gruppo locale di Vaie fosse già attivo da alcuni anni; lui, risulta iscritto, a questa associazione, fin dal 1920. Ricordiamo, che Pierino Del Piano è stato assassinato il 3 dicembre del 1919. Dallo scritto, possiamo constatare come fosse un buon organizzatore, ma soprattutto dotato di una forte personalità e spiccata intelligenza, come del resto veniva ricordato dai suoi coetanei che con lui frequentavano le elementari. Si nota come la sua tenacia e la fiducia nell’aiuto di Cristo non si arrende, non rinuncia a sperare e a far sperare, non cede alla tentazione di fermarsi agli ostacoli del momento, perché mosso da un’instancabile voglia di costruire e condividere con gli altri il senso della vita e la disponibilità alla volontà di Dio.
 
Data l’epoca carica di incertezza politica con tensioni e paure, da quanto sappiamo, anche lui era piuttosto attento poiché temeva qualche scelleratezza da parte di facinorosi contro la sua persona, a cagione della testimonianza e delle idee che professava e trasmetteva.
 
Durante il servizio militare, frequenta il Circolo Giovanile “Mario Chiri”, che conosceva molto bene come si può riscontrare nello scritto prima esposto, ove incontra il Padre Pietro Briozzi, rettore dei francescani. Probabilmente da questi dialoghi nasce la sua chiamata. Così decide di intraprendere la vita consacrata e di farsi frate, rinunciando ai sentimenti affettivi con una ragazza di Coazze e a formarsi una famiglia e di conseguenza, a questa scelta, nacquero e fiorirono amicizie destinate a lasciare il segno incancellabile nel futuro.
 
A Torino, presso i Salesiani, incontra Zaccaria Negroni, che studia al Politecnico della Città con Pier Giorgio Frassati. e che insieme, erano impegnati nella F.U.C.I. e nei circoli giovanili dell’A.C. Con Negroni, Emilio cominciò a tracciare i connotati di un’associazione di laici che si ispirava agli ideali di Guido Negri; “l’Eucarestia, la Madonna, il Papa” erano i loro comuni ideali. Tra loro nasce una viva amicizia, che doveva trasformarsi in una lunga fraterna ed efficiente collaborazione. Il Negroni che dopo la laurea torna a casa, a Marino (23 Km. da Roma) e lì si dedica completamente alla sviluppo dei circoli di A.C sotto la guida dell’Abate Guglielmo Grassi, allora parroco di Marino e poi Vescovo, lo definisce solido, intelligente attivissimo piemontese della Valle di Susa.
 
L’idea di dar vita ad una “Associazione di laici consacrati totalmente a Dio” con il vivere nel secolo l’impegno cristiano e l’apostolato, di cui si era parlato a Torino, con mons. Grassi prende corpo. Erano, così, di fronte alla scelta della loro vita. Sul finire del 1925, Emilio che aveva sempre mantenuto i contatti con Negroni, lascia la casa paterna, il suo lavoro, i famigliari, gli amici e partì senza un programma ben definito sulla sua attività futura, ma con la certezza che con Zaccaria avrebbe trovato la sua strada, quella vera verso cui il Signore l’aveva indirizzato, e si trasferisce a Marino. Questa scelta, come confesserà più tardi, è stata causata da circostanze provvidenziali e alcune intuizioni. Aveva appena ventitré anni. Poco dopo li raggiunge un altro amico del gruppo: Clemente Ferraris, appena laureato che faceva parte anch’egli del gruppo torinese “Guido Negri”, che però dopo qualche anno sarebbe tornato a Torino per diventare sacerdote.  I tre giovani militavano tutti nell’A.C. e si proponevano di portare un soffio di spiritualità vissuta con Gesù, alimentata dalla preghiera e dall’Eucarestia. Si presentarono al parroco della cittadina: don Grassi, manifestando il loro proposito di  consacrarsi a Gesù , ma nella loro condizione di laici impegnati nell’apostolato offrendo la loro collaborazione ai Pastori della Chiesa. «È Dio che vi manda» fu la risposta; lui infatti aveva già fondato l’istituto religioso delle “Discepole di Gesù” con le stesse finalità di laiche consacrate e dedite all’evangelizzazione a alla carità.. Dopo quell’incontro nasce l’associazione religiosa e laicale dei “Discepoli di Gesù” alla quale venne affidato l’oratorio. Gli inizi della nuova comunità furono duri. I tre giovani si trovarono alle prese di grosse difficoltà materiali, con pregiudizi e incomprensioni di fronte alle quali chiunque senza la loro formazione spirituale si sarebbe arreso. Non avevano mezzi, una sede, una casa, tanto che i “torinesi” furono ospiti per un po’ di tempo nella casa parrocchiale. Una delle regole basilari del “Discepoli di Gesù” era: “provvederanno al proprio mantenimento materiale con il lavoro, avendo come esempio Gesù Artigiano”. Dopo essersi dedicati ai lavori più umili, ai tre confratelli venne l’ispirazione di aprire una piccola tipografia nei locali posti sotto la basilica a costo di duri sacrifici e duro lavoro, che costituì una modesta fonte di guadagno., ma non per le loro frugalissime esigenze, quanto per dare il primo soffio vitale alla nuova congregazione. Intanto Emilio che operava come impressore nella stamperia, in quel tempo lavoro molto faticoso, finì i suoi studi, con la laurea in matematica (quante notti sopra i libri!). Stando alla tradizione orale locale, pare che avesse già acquisito, prima di recarsi a Marino, un titolo di studio; alcuni propendono per il diploma da maestro elementare. I Marinesi, li chiamavano i “tre professori”, forse, perché si prestavano a dare gratuitamente lezioni ai ragazzi che frequentavano l’oratorio; ma con qualche riserva, qualcuno poteva pensare: “saranno un po’ matti” dato che si vedevano passare lungo le strade col codazzo di ragazzi che tiravano loro la giacca per farli cantare “Alla fiera di Mastrandrè” e altre amene filastrocche in voga nell’A.C., soprattutto Emilio col suo vocione e l’accento piemontese e la risata contagiosa. Nella Diocesi di Marino, all’epoca, fu tutto un fiorire di Circoli Giovanili di A.C. ai quali i tre confratelli dedicarono tutte le loro energie; in seguito, altri giovani entrarono nella comunità.
 
Giaccone, cominciò ad insegnare nella scuola come professore di matematica prima nel Seminario di Campobasso, ospite del Vescovo Alberto Romita, e poi in quello di Rieti. Qui si trovò coinvolto al fianco del Vescovo Massimo Rinaldi, un missionario scalabriniano tutto fuoco di carità e zelo apostolico, negli avvenimenti che culminarono con lo scioglimento della “Società della Gioventù Cattolica Italiana” del 29 maggio del 1931. Nel frattempo, fece amicizie importanti a Roma come il Presidente Generale di A.C. Angelo Raffaele Jervolino e Luigi Gedda. Costoro, a soli ventinove anni, gli affidarono la tesoreria della Gioventù, nel Consiglio Nazionale dell’A.C. appena costituita (l’associazione fu ripristinata con l’accordo del 2 settembre 1931) e, poi, dal 1947 di tutta l’Azione Cattolica Italiana per cui si trasferì nella Capitale, a Casa Assistenti. Qui si trovò, di nuovo, a fianco di Negroni, al quale era stato affidato l’incarico di costituire in ogni associazione di A.C. gli “Aspiranti”, adolescenti da preparare a diventare giovani impegnati al servizio della Chiesa. Anche in questo caso si trovarono uniti a soddisfare la loro passione: “aiutare i Giovani” a crescere. Crearono per loro il  giornalino “l’Aspirante”,  e stabilirono “la Regola dell’Aspirante” che ogni ragazzo doveva vivere quotidianamente, fissata in dieci punti.
 
  Per loro, fondarono anche “il Vittorioso”, periodico che ebbe il potere di controbattere efficacemente “il Corriere dei Piccoli”. Con le strisce e le storie a fumetti, conquistò subito le simpatie dei ragazzi con dei personaggi rimasti incancellabili nella memoria degli affezionati lettori. Emilio, oltrechè il fondatore ne fu il redattore dedicando non solo la sua competenza tecnica, ma anche e soprattutto la sua grande sensibilità di educatore con l’obiettivo di formare divertendo i ragazzi; la prima uscita avvenne il 27 dicembre del 1936. Divenne amministratore dell’Editrice “AVE” e dei vari periodici dell’A.C., del Centro Cattolico Cinematografico e poi dell’Ente dello Spettacolo; amministratore unico del giornale cattolico di Roma: “il Quotidiano”, della Società Messaggerie Cattoliche “SEMCI”. Quel che preme rilevare, al di là delle singole iniziative tese all’apostolato, è lo stile che le distingue, come egli stesso annota in una memoria ai massimi dirigenti della Organizzazione Cattolica: “Lo spirito di povertà , nel quale lavorano i migliori del nostro campo, va rispettato e incoraggiato.. Penserà poi la Provvidenza a premiare la nostra fede”. Malgrado il Fascismo osteggiasse in tutti i modi l’ A.C., furono veramente anni d’oro per l’associazione, tanto da far dire a De Gasperi: “Questo paziente lavoro di formazione ce lo ritrovammo nel dopoguerra quando avemmo a disposizione un vivaio di uomini preparati e pronto a entrare in politica, portando gli ideali cristiani al servizio dell’Italia”.
 
Il prof. Giaccone, dopo tante esperienze vissute con molte difficoltà, era ormai maturo per più vasti e impegnativi compiti ma non volle mai entrare in politica malgrado le sollecitazioni, mentre Negroni divenne Senatore della Repubblica e sindaco di Marino.
 
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, venne chiamato dall’allora Ministro per l’Industria Commercio e Lavoro Giovanni Gronchi, alla carica di Commissario Governativo dell’Ente per l’Assistenza agli Orfani dei Lavoratori Infortunati (EAOLI). La sicurezza amministrativa, organizzativa e la sensibilità educativa con cui seppe caratterizzare la ripresa e lo sviluppo dell’Ente, indussero i responsabili di Governo ad affidargli anche la gestione commissariale dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo (ENPMF), sorto nell’immediato dopoguerra per portare avanti nuovi criteri e nuove formule nell’assistenza dell’infanzia. In questi impegnativi e delicati incarichi  portò l’impronta di uno “stile” di serietà, di semplicità, di concretezza, di personale sacrificio. Accettò infatti l’incarico di Commissario Governativo dell’EAOLI, prima, e poi dell’ENPMF, a titolo completamente gratuito in considerazione delle finalità dei due Enti.  Nel 1948, cogliendo le valide indicazioni che l’esperienza quadriennale aveva messo in evidenza, il Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani ne promosse la trasformazione in un ente con competenze ben più vaste: “l’ENAOLI” (Ente Nazionale per l’Assistenza degli Orfani dei Lavoratori Italiani) che in breve si affermò, come l’organizzazione pilota, di concezioni ed attività di avanguardia nel mondo vastissimo dell’assistenza all’infanzia e alla gioventù. Emilio Giaccone ne fu nominato Presidente. Questa sua carica, si protrasse oltre i venticinque anni. Il lungo periodo in cui egli ha pilotato questa importante istituzione, è stato quanto mai ricco di indicazioni, di esperienze, di iniziative destinate ad incidere profondamente sui criteri ispiratori e sulle formule concrete, superando viete concezioni e metodi irrazionali. Di fronte alle sconcertanti conseguenze della guerra sulla vita delle famiglie italiane, sulla formazione dei giovani, sul funzionamento delle stesse strutture sociali che avrebbero dovuto provvedere ai loro bisogni, le istituzioni tradizionali mostravano la loro ineguatezza, non solo di mezzi, ma prima di tutto di idee, di formule, di strumenti, di personale. Si ricorda che il posto di commissario all’EAOLI, era piuttosto teso a liquidare l’Ente poiché, questo, era diventato inadeguato allo scopo per cui era stato concepito. Si dedicò, allora, a risollevare queste istituzioni ricorrendo alle migliori energie e sicure competenze, facendo leva particolarmente su forze provenienti dal volontariato, provvedendo alla formazione di qualificati quadri di operatori ed educatori. Ancora una volta aveva l’occasione di aiutare ragazzi e bambini in difficoltà e donare tutte le sue risorse materiali, spirituali e affettive. Lui che per servire la Chiesa, come laico consacrato aveva rinunciato a formarsi una famiglia, si ritrovò migliaia di figli adottivi che affettuosamente lo chiamavano: Papà Giaccone. I giovani furono sempre al primo posto nei suoi pensieri e nelle sue premure, sapeva trovarsi sempre in contatto con tanta amabilità e con la sua eccezionale capacità di comprenderli e di farsi comprendere e amare.
 
Alla presidenza del Consiglio dei Ministri apparve opportuno che si promovesse un incontro straordinario di quanti, nelle Amministrazioni pubbliche e private, negli istituti tradizionali e i quelli di nuovo tipo come gli improvvisati «Villaggi per fanciulli», nelle scuole e centri di addestramento al lavoro, nelle case di rieducazione, nei consultori, nei servizi sociali in genere, si occupavano dei giovani e dei loro bisogni come amministratori, educatori, assistenti. Fu così bandita, nel 1951, la “Conferenza nazionale sui problemi dell’assistenza pubblica all’infanzia e all’adolescenza”; e per realizzarla si fece perno proprio sulla persona di Emilio Giaccone, formalmente perché responsabile dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo, che ebbe l’incarico “ufficiale” della organizzazione della conferenza, ma sostanzialmente per la sua posizione e competenza di aperto, generoso sostenitore e collaboratore di ogni valida iniziativa che potesse contribuire alla promozione morale e sociale della gioventù.
 
Le vacanze di Pasqua e Natale le trascorreva tra i detenuti, tra i sofferenti, o con i “suoi” bambini.
 
Nel mese di agosto, trascorreva qualche settimana nella casa paterna, con il fratello e i famigliari, a Vaie. Proprio durante queste ferie estive, lasciò la sua vita terrena; era il 1 agosto del 1972.
 
Dopo aver salutato i presenti alla Presa, manifestò il desiderio di vedere a che punto erano i lavori di ampliamento della strada carrozzabile che saliva da Vaie e S:Antonino la cui realizzazione è stata, in parte, frutto del suo zelo nell’incidere sulle istituzioni. Arrivati nei pressi della località Pietra Bruna, coloro che vi lavoravano stavano per far brillare una mina. Sia il personale addetto che il prof. Giaccone e coloro che l’avevano accompagnato, si allontanarono ad una ragguardevole distanza e, postisi tutti piuttosto raggruppati nello stesso punto, attesero l’esplodere della carica. Avvenuto lo scoppio, videro Emilio cadere al suolo, una scheggia si era conficcata nella testa. Resisi subito conto della gravità della situazione e poiché era impossibile far diversamente, data l’impraticabilità della strada verso la Valle Susa, venne caricato in macchina per poi risalire lungo la strada verso il Colle Braida e raggiungere così l’ospedale di Giaveno, che a sua volta lo portò a Torino, alle Molinette, ove spirò. Ora riposa nel cimitero di Vaie, con i suoi genitori e parenti, nella tomba di famiglia.