Edith Stein

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Nasce a Breslavia il 12 ottobre 1891, ultima di 11 fratelli. Muore nell’agosto del 1942 ad Auschwitz-Birkenau.

Significativa l’omelia di Giovanni Paolo II a Colonia, nel giorno in cui la proclama beata:

 

[Essa] porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano, ma per la cui cura, fino ai giorni nostri, continuano a impegnarsi uomini e donne consapevoli della loro responsabilità; nello stesso tempo, la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato fino a quando finalmente trovò pace in Dio» (1° maggio 1987).

 

Non sono né pochi né insignificanti gli strappi dolorosi che connotano la vita di Edith Stein, costellata di veri e propri sradicamenti: dalla sua famiglia e dalla sua amatissima madre, «modello di ogni virtù», come ella dirà di lei; dai suoi maestri, dai suoi allievi, dai suoi studi, dal suo popolo; dalla sua patria tedesca, che vede perseguitare i suoi fratelli di sangue fino all’annientamento; da ultimo, perfino dal suo monastero, che deve lasciare per non attirare su di esso l’ira dei persecutori.

E, alla fine, dalla vita stessa, che le viene brutalmente tolta con una morte anonima nella camera a gas di Auschwitz-Berkenau.

Se dovessimo tracciare una fotografia di Edith, dovremmo mettere in conto tutto questo. A partire dalle sue prime esperienze.

Bambina intelligente e vivacissima, ma orgogliosa e perfino caparbia, è spesso ferita quando si accorge che è apprezzata per la sua intelligenza, mentre sa che la bontà, imparata dalla madre, è assai più pregevole.

A 14 anni attraversa un periodo di inquietudine e di crisi: fino a lasciare la scuola e lo studio (a cui tanto teneva) e la casa stessa (va ad abitare ad Amburgo presso la sorella sposata). In questo periodo rivendica la sua autonomia; perde la fede della sua infanzia (anche per l’influsso delle idee che circolano in casa della sorella) e diventa atea. Smette di pregare. Ma ritrova il gusto dello studio, perseguito come mezzo per rispondere al senso della vita, alla ragione dell’esistenza e, soprattutto, alla ricerca di verità.

Possiamo chiamare questa ricerca la passione dominante della sua vita, l’anelito fondamentale che le farà dire più tardi: «La mia sete di verità era una preghiera continua».

Le qualità che potrebbero definirla sono ebrea, donna, filosofa, monaca carmelitana.

1. Ebrea

Edith non tacerà mai questa appartenenza di cui si sente fiera. Anche dopo essere divenuta cattolica e carmelitana. Questo profondo senso di appartenenza riemergerà con rinnovata forza d’amore, quando le SS verranno a cercarla, il 2 agosto 1942, nel Carmelo di Echt (in Olanda), dove si era rifugiata 4 anni prima. Alla sorella Rosa dirà infatti con determinazione: «Vieni, andiamocene per il nostro popolo». Sa bene che cosa comporti questo andare.

2. In difesa della donna

Il suo interesse per la realtà femminile appare già dagli anni liceali, in cui è accesa sostenitrice dei movimenti femministi dell’epoca. Emblematico è il saluto che le rivolgono alla festa d’addio del Liceo: «Uguaglianza della donna e dell’uomo, così gridano le suffragette, sicuramente le vedremo un giorno in un ministero».

3. La filosofa

È la sua ricerca della Verità a fare di lei una donna filosofa. La sintesi del suo pensiero matura negli anni dello studio e dell’insegnamento accanto al suo maestro Edmund Husserl. È significativo quanto scrive di lui: «Non ho preoccupazione per il mio caro maestro. Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile. Dio è la Verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no».

4. Monaca carmelitana, martire

Entra nel Carmelo di Colonia nell’anno stesso (1933) in cui sale al potere il partito nazional-socialista, impedita ormai di svolgere la sua attività di ricerca e di docenza a causa delle sue origini ebraiche. Quando farà la vestizione religiosa, il 15 aprile 1934, prende il nome di Teresa Benedetta della Croce, quasi a dichiarare con questo nome (per un ebreo il nome indica l’essenza, l’appartenenza al suo popolo) la decisa volontà di imparare – e tradurre nella vita – la scienza della croce. Molte sue espressioni lo testimoniano: «La croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore, speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità».

Questa forte “spiritualità della croce” connota indubbiamente la sua vita carmelitana, in cui la preghiera si intensifica e in cui può continuare anche la sua attività scientifica.

Ma il clima esterno va peggiorando. Subito dopo la sua professione perpetua (21 aprile 1938), in seguito alla famosa “notte dei cristalli”, capisce che deve lasciare la comunità non solo per salvare la propria vita, ma anche le consorelle. Per questo si trasferisce a Echt (questo Carmelo è una fondazione di Colonia) nel 1939.

Qui vive totalmente la vita carmelitana intensificando l’intimità con Cristo, crocifisso e redentore; con abbandono confidente, attraverso l’unione alla croce. Il desiderio della pace le fa chiedere di offrirsi vittima al cuore di Cristo, anche per il suo popolo.

Il 2 agosto 1942 Edith e la sorella Rosa vengono prelevate dalle SS e condotte al campo di Auschwitz-Birkemau. È l’ultima tappa. Forse Edith muore il 9 agosto 1942 nelle camere a gas.

È l’ultimo gesto di solidarietà con il suo popolo. È il suo ultimo atto d’amore. Forse l’aveva previsto quando, il 9 giugno 1939, nel suo testamento aveva scritto:

 

Fin d’ora accetto con gioia la morte che il Signore ha disposto per me, in totale adesione alla Sua volontà... Prego il Signore di voler accettare la mia vita e la mia morte a Suo onore e gloria... Per il nostro santo Ordine... In espiazione dell’incredulità del popolo ebraico... Per la salvezza della Germania e la pace nel mondo... Per i miei parenti vivi e defunti. E per tutti coloro che Dio mi ha dato: che nessuno di loro vada perduto.

 

Forse sta qui, in questo suprema consegna di sé al crocifisso, la statura più autentica di Edith Stein, che riassume, in sintesi, ogni suo atteggiamento, espresso nelle parole, rivolte a un’amica, Petira Bruning: «Oggi so un po’ più di allora che cosa vuol dire essere sposa del Signore nel segno della croce, anche se per intero non lo si capirà mai, perché è un mistero».

Questo mistero le è svelato nella camera a gas.