Dag Hammarskjöld

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Dag Hammarskjöld (1905-1961) – dal 1953 alla morte segretario dell’ONU, premio Nobel per la pace alla memoria nel 1961 – ha vissuto la sua vita dedicandosi all’impegno politico: prima di divenire segretario dell’ONU, aveva lavorato come economista in Svezia al ministero delle Finanze e poi al ministero degli Esteri, ricoprendo incarichi governativi negli anni ‘40 e ’50.

Il suo impegno fu vissuto nella consapevolezza di mantenere una profonda severità verso se stesso e indulgenza verso gli altri. Visse il percorso politico come risposta ad una chiamata al dovere, non con l’obiettivo di perseguire arricchimenti indebiti o interessi particolari, e con una profonda tensione a costruire comunione nella rettitudine interiore: «merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto». Al di là di ogni gratificazione, scopre che questa via porta ad «un trionfo che è disfatta». Nel suo dedicarsi al servizio della pace, incontrò l’opposizione frontale ed il rifiuto durissimo. Nel perseguire un progetto di pace oltre ogni difficoltà personale e collettiva, era sostenuto dal pensiero che non valesse la pena soffermarsi sulle difficoltà, non importasse guardare per terra ad ogni passo, perché solo chi guarda lontano può trovare la via. Passato e futuro si incontrano in un cammino che investe l’interiorità. Percorse questa via con l’inaudito coraggio di «essere se stesso», nella tensione a «non disertare». Nel mezzo della bufera per le crisi che agli inizi degli anni Sessanta scoppiavano in Africa, affidava il suo sfogo alla poesia: «Intirizzite le dita, / tremano le ginocchia. / È proprio ora / ora, che non puoi cedere». Forse già avvertiva i segnali della morte che lo sorprese durante un viaggio in aereo per cause non accertate. Era un uomo che tesseva la pace e nella sua vita aveva scoperto l’annuncio profondamente umano delle parole di Paolo nel capitolo 12 della Lettera ai Romani: «vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio». Hammarskjöld comprendeva bene l’invito della lettera a Diogneto di non disertare il proprio posto, scoprendo nella propria attività il luogo di un «sì» da pronunciare di fronte ad una chiamata, per creare «pace e magnanimità tra gli uomini»:

 

«Non so chi – o che cosa – pose la domanda. Non so quando sia stata posta. Non ricordo cosa risposi. Ma una volta risposi sì a qualcuno – o a qualcosa. A quel momento risale la certezza che l’esistenza ha un senso e che perciò la mia vita, nella sottomissione, ha un fine [...]. Guidato nel labirinto della vita dal filo d’Arianna della risposta, giunsi a un luogo e a un tempo in cui conobbi che la via porta a un trionfo che è una disfatta e a una disfatta che è trionfo, che il prezzo dell’impegnare la vita è l’oltraggio e il fondo dell’umiliazione è l’unica elevazione possibile per l’uomo» (Tracce di cammino, Qiqajon, Bose 1992).

 

Il suo servizio da credente si svolse come una “liturgia” feriale, vissuta nei luoghi dell’umano, del conflitto, della difficile arte di costruire comunicazione vincendo con le parole la perenne tentazione di risolvere i problemi con l’assenza delle parole e con la violenza delle armi. Una via radicalmente esigente che fa cogliere la stessa vita nella sua dimensione intrinsecamente politica. La costruzione di pace fa parte della promessa del Regno di Dio già presente e che sta crescendo in questa storia. La pace è già nell’orizzonte del Regno.