Antonio Attilio Magagnoli

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Antonio Attilio Magagnoli si faceva chiamare da tutti Lello. Fin da piccolo impegnato in parrocchia, trovò nell’AC la sua seconda famiglia. Prima come giovanissimo e giovane poi come educatore e responsabile. Abitava a Sezze ed era fiero e innamorato della sua terra. La casa dei genitori dove ha sempre vissuto, è posta in uno dei punti più alti della cittadina laziale, davanti alle sue finestre si para l’agro pontino, di storia millenaria fino alla consolare via Appia, di recente bonifica da lì alle coste del Tirreno. Nei giorni migliori il mare sembra salire fino alla collina, lasciando scorgere le isole pontine e verso sud, con nitidezza, il profilo montagnoso della maga circe addormentata. Lello ama la vista delle sue finestre anche per la croce di ferro che, proprio accanto a casa sua, domina la pianura e in passato accoglieva la conclusione della storica Sacra rappresentazione del venerdì santo.

 
Chi conosce Lello sa quanto riesca a far ridere. Con il suo marcato dialetto, i suoi movimenti veloci e dinoccolati, il corpo leggero e minuto, la risata fragorosa e contagiosa.
 
Chi l’ha visto esibirsi in occasione di una serata ai campi-scuola ricorda il mal di pancia, i crampi alle mascelle e le lacrime agli occhi per il troppo ridere. Chi lo conosce sa anche quanto sia naturale per lui passare da quella risata al silenzio intimo della preghiera o alla riflessione intensa sui temi della fede o quelli sociali e politici; in un’alternarsi armonico, senza soluzione di continuità.
 
Lello ha trent’anni. Nel 1996 raggiunge importanti traguardi. Consegue la meritata Laurea in Scienze Politiche, è sottufficiale dell’Esercito e sogna il matrimonio con Emanuela. È proprio innamorato di lei e non lo nasconde, anzi ogni tanto con lo stupore e l’innocenza dei bambini la guarda e ridendo dice: “vedi come è bella! Tu non ci crederesti ma è la mia fidanzata”.
 
È proprio il quel periodo che arriva la notizia inaspettata e impietosa. Lello la accoglie con la sua invincibile ironia. La prima operazione chirurgica lo mette duramente alla prova. La degenza è lunga ma lui non si perde d’animo. Una volta passata la burrasca, Lello si rialza e ricomincia a costruire il suo futuro. Sogna di sistemare la casa dei suoi per ricavarne il monolocale suo e di Emanuela. Le Forze Armate decretano la sua inidoneità fisica a continuare il servizio e lui, non senza difficoltà, cerca nuove strade. Inizia una collaborazione come assicuratore, riprende il servizio associativo, si arrabbia un po’ contro lo Stato che lo ha lasciato a piedi e che non si preoccupa di trovargli una nuova occupazione. Sogna, combatte e spera, ma la malattia torna di nuovo a fargli visita. A quel punto Lello capisce e fa appello alla parte migliore di se. Con il sorriso sulle labbra, sostiene i genitori ed Emanuela nella prova, si sottopone ad ogni visita ed esame, chiede all’amico medico Giovanni e al padre spirituale Don Massimo di stargli accanto, ma è lui a fare coraggio a tutti, anche agli amici che vinti dal vittimismo cedono allo scoraggiamento e se la prendono con Dio. Dentro la prova, con la sua vita ridotta all’osso dalla malattia che avanza senza tregue, Lello ritrova gli amici associativi. Si chiamano entrambi Piergiorgio. Uno è l’amico degli scherzi, delle risate e delle grandi discussioni sulla fede. L’altro è un amico più intimo, il giovane laico e santo preso ad esempio: il beato Piergiorgio Frassati. Quando gli propongono un viaggio al nord per visite e controlli, lui accetta solo dietro promessa di un passaggio a Torino dall’amico. Sulla tomba di Frassati, Lello alza a Dio la sua preghiera e dentro di lui avviene qualcosa che inonda sulla sua storia personale una luce nuova. Lello torna a casa: soffre, prega e spera. Dalla finestra, continua a mirare il mare e l’orizzonte, non si sottrae alla luce che entra, si lascia scaldare e da lì indica il cielo.
 
Nella serena e orante accettazione del momento Lello trascorre lunghi giorni in compagnia delle persone care, riservando un sorriso e una battuta, come è  suo solito, a tutti quelli che lo vanno a trovare. Una mattina confida alla mamma: “stanotte ho sognato Piergiorgio Frassati e mi ha chiesto: “tu nella tua vita che cosa hai fatto? Gli ho risposto: in ogni mia azione ho sempre mirato al cielo”.
 
Solo nella luce del suo ritorno al Padre abbiamo compreso quanto Lello gli fosse vicino nell’ultimo periodo. La sua straordinarietà si è compiuta nel far apparire normale il suo andarsene a trent’anni. Diceva lui stesso: “Dio mi ha già donato tutto e sono pienamente felice”.
 
A noi che abbiamo avuto la gioia di conoscerlo resta l’esempio di un laico normale, dall’umanità straordinaria capace nella fede di accettare l’assurdo.
 
Come la croce di ferro che lì accanto alla sua casa resta piantata saldamente nella terra Pontina, domina la nostra diocesi e continua normalmente e straordinariamente ad additare il cielo.