Aldo Moro

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Nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bari, avviandosi alla carriera accademica: anche negli anni di più intensa attività politica avrebbe tenuto l’insegnamento. Negli anni di studio, dopo aver vissuto l’esperienza dell’Azione cattolica, si iscrisse alla Fuci barese. Fu, quindi, presidente nazionale degli universitari cattolici dal 1939 al 1942, , riuscendo a dare alla federazione un solido equilibrio nelle difficili contingenze belliche. Nel 1945 fu designato segretario centrale del Movimento laureati di Azione cattolica, mantenendo l’incarico per un anno, fino alla nomina del nuovo presidente. Nel 1946 assunse la direzione della prestigiosa rivista «Studium», che offrì un significativo contributo alla ricostruzione spirituale della nazione, dopo le lacerazioni della guerra. In questo periodo, maturò le scelte fondanti della sua vita: nel 1945 sposò Eleonora Chiavarelli, dalla quale ebbe quattro figli; quindi, nel 1946, dopo una contrastata iniziazione alla vita politica, accettò di entrare nelle liste della Democrazia cristiana per l’Assemblea costituente, militando attivamente nel partito fino alla morte. Alla Costituente, si legò alla componente cattolica – i cosiddetti «professorini» – che operò per la rifondazione dello Stato in senso personalista e pluralista, offrendo un contributo prezioso all’elaborazione della legge fondamentale della nazione. I suoi interventi si indirizzarono soprattutto sui diritti individuali, l’ordinamento della scuola e la libertà di coscienza, all’interno di una visione che assegnava il primato alla persona umana dopo la drammatica esperienza del totalitarismo. Alla carta costituzionale, attribuì – come sottolineò efficacemente – un «valore di insegnamento», che poteva imprimere alla vita collettiva una funzione pedagogica in grado di allargare le basi democratiche dello Stato. Eletto alla Camera nel 1948, fu nominato sottosegretario agli Esteri, iniziando una lunga esperienza come uomo di governo, che lo avrebbe poi portato a guidare il ministero della Giustizia (1955-57) e quello della Pubblica istruzione (1957-59). Nel 1959 fu eletto segretario della Dc: in anni particolarmente travagliati, cogliendo lucidamente l’involuzione del sistema politico, guidò il partito all’incontro con il Partito socialista, nella convinzione che occorresse sbloccarlo consentendo la partecipazione al governo di formazioni rappresentative delle masse. Al Congresso del 1962, convincendo strati ancora recalcitranti del mondo cattolico, sottolineò: «L’autonomia è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale del paese». Dal 1963 al 1968 fu, quindi, presidente del Consiglio del primo esecutivo organico di centro-sinistra, cercando di avviare prudentemente, dopo l’esaurimento del boom economico, una stagione di riforme. Moro intuì i segnali di fermento che agitavano la società italiana, all’interno della quale crescevano nuovi protagonismi. Fu, inoltre, particolarmente sensibile alle istanze di rinnovamento che maturavano nella Chiesa italiana dopo il Concilio. Tornato al dicastero degli Esteri come ministro (1969-74), operò per accelerare il processo di integrazione europea e per avviare il confronto con i paesi arabi al di là della logica che dominava lo scacchiere internazionale. Fu poi ancora presidente del Consiglio dal 1974 al 1976, quando fu eletto alla presidenza della Dc. Negli anni Settanta, nel pieno di una grave crisi economica, sociale e politica del paese, maturò la convinzione che dovesse iniziare una «terza fase» della democrazia italiana, in cui il Partito comunista doveva essere incluso nella maggioranza di governo, per creare le premesse per l’alternanza di governo capace di rigenerare il sistema. Questo disegno fu spezzato il 16 marzo 1978 dal rapimento ad opera delle Brigate rosse, che, in un’azione drammaticamente spettacolare, uccisero i cinque uomini della scorta. Per 55 giorni il paese rimase col fiato sospeso, in balia delle mosse dei terroristi che intentarono un “processo politico” al leader pugliese, facendo recapitare alcuni suoi scritti. Il 9 maggio, dopo che anche Paolo VI aveva invocato la liberazione di Moro, il suo corpo fu rinvenuto in un auto lasciata simbolicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. In una lettera alla moglie aveva scritto: «Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

 

 

«Indubbiamente la costituzione, la quale nasce di regola in un ambiente storico agitato da forti passioni e contrasti di idee, in un momento “creativo” di storia, emerge da intuizioni umane vivamente espresse, cresce su di un “humus” ricco di valori morali e religiosi. Se ogni legge esprime, nei suoi freddi paragrafi, una verità morale vissuta, ciò è tanto più vero per quella legge delle leggi che è la costituzione [...]. Una costituzione è in questo senso necessariamente ideologica; il che non vuol dire debba essere faziosa, ma semplicemente ricca di umanità, collegata al più nobile passato, capace di rispondere alle profonde ed insopprimibili esigenze dello spirito umano. Quando da qualche parte, all’inizio dei lavori preparatori, si parlò di una costituzione neutra come di una necessità di convivenza democratica, i cattolici militanti in campo politico obbiettarono che una tale costituzione risulterebbe fuori dell’umanità e della storia e sarebbe veramente insignificante [...]. Ma con uno sforzo di buona volontà non è stato impossibile trovare la convergenza delle diverse ideologie, le quali, pur sembrando a prima vista irriducibili, ad un più attento e severo esame s’incontravano pure in un comune fondo umano. Com’era possibile, dopo venti anni e più di oppressione che ha svalutato l’uomo e ne ha soffocato le energie, che ha accentrato nello Stato ogni potere ed ha eliminato ogni controllo ed ogni limite, che ha dato libera via agli egoismi contro ogni elementare dovere di solidarietà, com’era possibile non riaffermare l’autonomia e la dignità della persona umana, la sfera propria dei diritti delle libere formazioni sociali, l’eguaglianza degli uomini, la interdipendenza delle persone strette tra loro da una inderogabile fraternità? Queste cose appunto, per l’insistenza vivace dei deputati che professano in campo politica l’idea cristiana sono state poste al principio della costituzione [...]. Lo Stato democratico italiano è dunque a servizio dell’uomo, esprime e garantisce una efficace solidarietà, si controlla e si limita in omaggio alla libertà di quelle molteplici formazioni sociali, dalla regione alla famiglia, dal comune al sindacato, che fanno ascendere gradualmente l’uomo alla somma solidarietà dello Stato».

 

(A. Moro, Nuova costituzione e principî cristiani, in «L’Avvenire d’Italia», 14 febbraio 1947)

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